> GABRIELE D’ANNUNZIO: TRA AMORI E BATTAGLIE by Marco Colletti

Che cosa spinge una donna a sacrificare la propria vita per un uomo? Me lo sono chiesto assistendo allo spettacolo teatrale ‘Gabriele D’Annunzio, tra amori e battaglie’, ideato dal genio istrionico di Edoardo Sylos Labini e liberamente tratto dal saggio di Giordano Bruno Guerri ‘L’amante guerriero’. Mi ero inizialmente proposto di scrivere per ITmagazine qualcosa su questo discusso ed estremamente vitale personaggio della cultura italiana in occasione delle celebrazioni per il 150° anniversario della nascita, artista poliedrico ed anticipatore di molteplici meccanismi mediatici che oggi soprattutto sottendono i rapporti tra arte e pubblico, vero e proprio inventore dello star system artistico ante litteram e di quello che oggi va sotto il nome di marketing culturale. Un uomo che ha indossato per tutta la vita una maschera d’arte, ma vissuta totalmente, in tutti gli aspetti letterari, politici e affettivi fino ad abbracciare ogni singolo aspetto del quotidiano. Un modello superato? Non credo, molti personaggi contemporanei per essere e mantenersi alla ribalta indossano maschere, ma forse meno…vissute. Un modello dunque da recuperare, semmai. Francesco Sala, il regista di questa opera teatrale, mi fa osservare che esiste una distinzione che D’annunzio aveva ben presente tra la finzione, che è quella dell’attore, e la falsità, che invece spesso pertiene al politico. Non a caso, ‘dall’incontro tra due grandi maschere, Gabriele D’annunzio ed Eleonora Duse, nasce una singolare grande storia d’amore, proprio perché nell’intimità entrambi non avevano più motivo di indossarle’, mi rivela Sala, ‘ l’unica vera storia d’amore dell’uomo D’annunzio, l’unica donna di cui lui ha conservato per tutta la vita una foto ritratto, accanto a quello della madre, ed un busto, velato’ per non provare più il dolore di rivedere quella creatura che egli dichiarò di non aver meritato. E le altre, tutte le altre? In scena, nello spettacolo che il 20 marzo approderà al Teatro Manzoni di Milano fino al 24, dopo aver debuttato a Roma al teatro Nazionale, si avvicendano fiumi di personaggi femminili, comparse sessuali, ma quattro, solo quattro sono le donne a cui il Vate ha permesso di rimanere sempre legate a lui: Maria Harduin, Amélie Mazoyer, Luisa Baccara ed Eleonora Duse. La mia attenzione allora si è spostata su di loro: donne molto moderne per quei tempi, ma moderne ancora oggi? superate, accettabili o solo sopportabili agli occhi di una donna contemporanea? Io credo che antropologicamente esistano delle caratteristiche, archetipi femminili del cuore e dell’istinto, che al di là delle conquiste sociali avvenute nel tempo, accomunino le donne di tutti i tempi. Molte donne dalla brillante carriera, che hanno lottato per conquistare spazi di rilievo nella società, oggi sacrificano ancora la loro vita privata ad uomini spesso insulsi ed immeritevoli, cadendo in un ingannevole tranello erotico/sentimentale. Queste quattro donne l’hanno fatto per lo stesso uomo, a volte sovrapponendosi tra di loro. Ma l’hanno fatto almeno, a loro dire, per il più grande artista dell’epoca. E me l’hanno raccontato, per ITmagazine, in questa intervista, dove hanno voluto apparire con i nomi che Gabriele ha dato loro in privato per tutta la vita, rispettivamente: Maryella, Aèlis, Smikrà e Ghisola. Quei nomi che le facevano sentire uniche, distinte ed elevate, quasi come in una mitografia d’amore, al di sopra di tutte le altre.

‘Non mi sono innamorata dell’uomo, ma del poeta. Ho perso tutto, la mia famiglia, mio padre mi ha ripudiata e poi… ho perso lui.’ mi dice Maryella, pensando al giorno fatale in cui il padre, il duca Jules Harduin, incontrandola per strada con il piccolo figlio Veniero fece finta di non riconoscere il nipote e lei disperata tentò il suicidio gettandosi da una finestra. Un gesto per attirare l’attenzione del marito, ormai legato ad un’altra donna, e sui figli fu detto. ‘I miei figli? Lui non da niente ai figli, è lui che li ha dati a me.’ Un privilegio dunque, un dono, che fu anche un abbandono.’Ma per tutta la vita rimango la Signora D’Annunzio e al suo funerale ero io al braccio del Duce. Tutte le altre sono state cacciate.’ E questo è vero , dopo la morte di D’annunzio tutte queste donne scompaiono dalle cronache, scivolano in un’ombra che il fascismo ha preparato per loro, un silenzio dorato, ma condiviso. Luisa Baccara non ha mai ceduto alle lusinghe dei giornalisti e il fitto epistolario che si scambiarono all’interno del Vettoriale, è stato reso pubblicabile solo dopo la sua morte. Smikrà, una piccola ragazza triste, eterea e misteriosa al tempo stesso, così ha chiuso la sua vita con il suo Ariel ( come lei chiamava il poeta ): nel silenzio. Lo stesso in cui ha racchiuso fin da ragazza la sua musica, destinata ad essere suonata soltanto per il suo Ariel. ‘Toscanini mi ha regalò la sua bacchetta. Ma io ho rinunciato alla fama: il mio sogno era essere ricreata da lui… essere una sua opera. . Forse una estenuante ricerca di conferma…’, mi dice, una conferma che l’ha portata a diventare la Signora del Vittoriale e a minacciare un altro grande legame , un’ altra figura femminile sempre presente, Amélie Mazoyer, l’assistente tuttofare del Vate: ‘Sono l’unica che c’è sempre. Grazie al fatto che non gli ho mai chiesto niente. Non sono stata mai detronizzata, perché non ho mai avuto un trono. Non sono mai stata una donna colta, ero una serva, quindi tra me e lui non c’è mai stato uno scambio intellettuale. Non possiedo alcuna arte, ma ho un’altra qualità: la totale sottomissione, che è la mia forza. Ho rinunciato all’esclusività a favore di un altro potere: sono indispensabile. Questa rinuncia al riconoscimento ufficiale non è stata per me un annullamento, bensì un modo per ottenere altro: non avevo alternative e lui mi ha fatto diventare una dama! La mia grande forza è vedere tutte le altre che si innamorano di lui, ma vanno e vengono, mentre io… sono sempre lì. Forse sono l’unica a capirlo davvero, per le altre è solo una questione di prestigio’. Mentre mi parla il suo sguardo si adombra e con un’esitazione, risolta in un guizzo di stizza e fierezza, mi confessa: ‘L’unica crisi tra noi è sopraggiunta solo con l’arrivo di Luisa. Da quel momento io non ho avuto più accesso a certe cose. Lei, con la sua musica, è diventata piano piano la Signora del Vittoriale.’ Un’altra ricerca di conferma, sociale più che artistica, in questo caso, ma sempre con un serpeggiante tentativo di essere l’unica a capire, a penetrare l’anima di quell’uomo misterioso, a svellere quella maschera ad arte e d’arte, che in realtà solo una donna è riuscita a fargli deporre nell’intimità, proprio perché in quei momenti la deponeva anche lei: ‘Da bimba mia madre recuperò il corpo di una bambina annegata e la depose sul letto con i miei vestiti. Nel guardare questa scena io ho pensato che ero sola, mi sono sentita disperata. Per tutta la vita ho cercato la forza che potesse tenermi lontana dalla disperazione. L’uomo è il seme della forza. Io questa forza l’ho cercata negli uomini, in molti uomini, ma loro amavano i sentimenti teatrali, non riuscivano ad amare la mia miseria. Quella miseria da cui ho trovato scampo nel mio lavoro: il teatro è il mio tempio salvifico.’ Eleonora Duse mi introduce così, quasi per mano, nel suo palcoscenico della memoria, quello che sarà poi ineluttabilmente il suo spazio di vita: ‘A teatro io sto davanti ed insieme a tutte le donne e viviamo insieme un sentimento comune, in un compianto che giunge alla loro anima. Per questo molte donne mi amano, perché non si sentono giudicate, ma sperimentano con me questa ricerca di una forza interiore. Il teatro intensifica i sentimenti, è dionisiaco, è vita e…morte. Io a Gabriele ho dato l’apollineo e il dionisiaco, sono stata l’unica che l’ha fatto sentire Lucifero ed Angelo, poeta nazionale e ragazzo della provincia abruzzese al tempo stesso. Io ho voluto veramente bene all’uomo, più che al personaggio, gli ho prodotto spettacoli e se andavano male falsificavo addirittura i resoconti degli incassi per non ferirlo. Tra noi c’era un rapporto libero, non serva/padrone come con molte altre.’
La mia impressione è che tutte queste donne, a loro modo, hanno voluto credere di essere state ‘uniche’, tutte per un unico uomo, in modi diversi, sicuramente all’epoca considerati trasgressivi e spregiudicati, ma anticipatori di molte situazioni sentimentali e sociali attuali. Di loro mi rimane il coraggio e soprattutto una grande forza, la sfida di andare oltre, di cercare di trovare l’altro, l’uomo nella sua totalità, ed in questo di esprimere e ritrovare, invece che perdere, se stesse.

Marco Colletti

 

By | 2017-06-30T16:40:52+00:00 March 30th, 2014|Categories: IT BLOG, SPETTACOLO D'ARTE|0 Comments

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