> UN POMERIGGIO CON OLIMPIA ORSINI by Marco Colletti

Ho trascorso un pomeriggio con Olimpia Orsini. ‘Anno portami lontano/ dalle cose ripetute/ fa che non sia vano/ il restare solo/ e consenti il volo/ alle cose perdute’. Olimpia Orsini, che ha con gioia accolto il mio invito ad essere intervistata per il Blog di IT Magazine, mi riceve nella sua galleria One Piece Art di Via Margutta, nel cuore artistico di Roma, porgendomi un foglietto con sopra scritti questi versi di Carlo Levi.

IT Magazine BLOG - Un pomeriggio con Olimpia Orsini

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Scorgo sui suoi polsi due tatuaggi, che mi parlano subito molto di lei: la parola ‘Amo’ a sinistra, a destra un palloncino stilizzato che fluttua verso il dorso della mano. L’amore e la leggerezza dell’anima, contrapposta alla mente, che lei mi dice sentire come ‘la bestia, la mente che mente’, che è nell’uomo, le catene dell’intelletto, sono già nel suo sguardo, occhi di fuoco e impetuosi che tradiscono un cuore gentile, nel senso direi stilnovista del termine, come nei ritratti dalla nobile passionalità delle donne preraffaellite.

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Interior designer di fama internazionale, architetto e appassionata di psicologia junghiana, inizia il suo viaggio professionale con un bagaglio di forte classicità, arricchito dagli studi di scenografia a New York e la sua cifra stilistica iniziale si esprime in case bianche di ispirazione francese, ma spoglie di opere e orpelli, alla ricerca di una spazialità libera, senza il vicolo del colore, che possa lasciare il posto anche ad imperfezioni e che soprattutto lasci parlare i proprietari che vi abitano.

‘Una persona nasce nel momento in cui la conosco, non mi interessa il suo passato’, perché il passato di una persona è già un vincolo, un invito silenzioso rivolto a chi si ha di fronte ad indossare una maschera, che invece nella protezione dell’anonimato non ha motivo di essere e lascia la libertà di esprimere anche cose dette per caso o a volte solo il silenzio. ‘Il silenzio parla, soprattutto il silenzio di una casa, come quando si torna da un viaggio e quella casa ci sembra nuova, quelle pareti diverse e sembrano parlarci, perché vi specchiamo il nostro vissuto’, una casa può essere dunque anche un processo di autoconoscenza, ‘mai specchiarsi negli altri, ma solo in noi stessi’, essere veramente chi siamo dunque e poter offrire questa stessa sensazione a chi commissiona una ristrutturazione di un’abitazione, che sarà l’anima del proprietario e non più del designer.

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Su questa stessa linea, di grande rispetto dell’anima del committente, Olimpia Orsini ha proseguito il suo percorso nell’ambito dell’arte contemporanea: ‘Le opere non devono avere faretti e non hanno bisogno di curatori, brillano di luce propria.

Sono un viandante dell’arte’, mi dice, e a me viene subito in mente il ‘Viandante sul mare di nebbia’ di Caspar David Friedrich, una silouette di spalle che dalla cima di un monte guarda in basso verso un paesaggio nascosto da nubi sfilacciate. ‘Sono alla ricerca delle cose che non vedo subito, le cose mi piace scoprirle’ e questa sensazione di scoperta graduale è quello che si prova infatti entrando nella sua galleria, dove le opere non sono catalogate asetticamente come in una galleria alla moda, ma si lasciano scoprire tra le gocce di cristallo di giganteschi lampadari o nel riflesso di una grande specchiera antica addossata in un angolo, come in un percorso tra le quinte di un teatro della memoria, in una osmosi talmente potente, che renderebbe artistico anche il più obsoleto oggetto quotidiano.

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Come in una Wunderkammer del seicento, copricapi di maharaja, tiare art nouveau impreziosite da volute floreali e un maestoso cigno impagliato, genius loci della galleria, creano un’atmosfera di bellezza che supera il contingente, un respiro di meraviglia senza tempo, simboleggiato da un orologio antico senza lancette sovrastato da una luccicante mezzaluna, casualmente adagiato su uno sgabello. Ecco allora emergere come dal nostro inconscio l’imponente Sappho di Anselm Kiefer fotografata da Claudio Abate, immersa nel blu lunare dei giardini di Villa Medici, o le grandi Labbra rosse frutto del talento visionario di Pino Settanni volteggiare tra le bolle di vetro soffiato di Antonio Cagianelli, l’erotismo gotico dei ritratti di Irina Ionesco illuminarsi delle iridescenze emanate dalle centinaia di Swarovski del teschio con cilindro di Nicola Bolla o dai riflessi del cuore trafitto di Gaetano Pesce. Questo percorso nella galleria di Olimpia mi da la sensazione di un piccolo viaggio, in cui riecheggiano le suggestioni delle sue mete preferite, Parigi e l’India, luoghi della libertà dell’anima, soprattutto l’India appunto con i suoi ‘colori della povertà’, dove le persone ‘sono’ i loro colori, dove la felicità nasce come una fenicie dalla disperazione vissuta fino in fondo, senza maschere, senza compromessi., dove ognuno prima di tutto ‘è’. In questa corrispondenza tra semplicità e meraviglia, eclettismo di forma che è prima di tutto sostanza, sapevo già di ritrovare in pieno tutto lo spirito di IT Magazine (www.theitmagazine.com). Uscendo dalla galleria scorgo sulla porta il manifesto dell’ultima mostra, su cui campeggiano queste parole di Olimpia: ‘In me c’è qualcosa/ che non posso vedere/ posso solo esserlo’.

Marco Colletti

By | 2017-06-30T16:39:14+00:00 May 30th, 2017|Categories: IT BLOG, SPETTACOLO D'ARTE|0 Comments

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