> Foto Arte – THE PROCESSION

Ammonisce il proverbio di lasciar stare i Santi, ma non vieta di riempirli di botti, sparo di tonanti, suono delle campane fino all’alba in occasione della loro festa. Calendario alla mano, che faccia tempo bello o brutto, nella stagione dei fiori e dei frutti, ma anche nello spoglio inverno, bisogna fare i conti con loro ogni giorno.

In ogni paese, per il patrono si fanno le più pazze spese. E se i fuochi non vanno bene, l’artista artificiere si prende le fischiate. Genius loci per antonomasia, un Santo dà il nome perfino ai fossi; è presente in ogni contrada, magari con un’edicola, un tempietto presso il quale convengono i vecchi abitanti che hanno voglia di ritrovarsi in faccia del sito.

Accade per San Lorenzo in una località del Piceno che porta questo nome e vede la chiesola suburbana, privata, aperta per la messa solo il X Agosto. E sul sagrato, gran merenda con pesce fritto, fette d’anguria e dolci fatti in casa.

Ancora per poco lontani dall’occhio più o meno discreto del fotografo che da sempre pesca a piene mani nelle persistenze del sacro, magari accompagnato da elementi profani originali.

Tale ricerca data da “Andiamo in processione” di Luigi Crocenzi nel Politecnico di Vittorini; ma chi in processione ci è andato dall’infanzia non ha bisogno di modelli colti. Non conoscerà i Santi medici Cosma e Damiano, ma per Crispino e Crispiniano non deve necessariamente rifarsi all’Enrico V shakespeariano che esorta i suoi alla battaglia il 25 Ottobre. Crispino è diventato patrono in un paese “nuovo”, nato con la calzatura. Ma per uno come lui che si guadagna la “portantina”, un altro può perdere il posto d’onore.

Ne sa qualcosa il povero Sant’Andrea Apostolo. Dopo aver protetto per secoli i marinai ed essersi presa il 30 Novembre una giusta razione del suono dei sacri bronzi, dei doverosi tonanti e messa solenne, ha visto scomparire ogni manifestazione dei suoi devoti istituzionali.

Nel Porto che ha assunto il nome di San Giorgio si sono rivolti all’invitto martire dedicandogli la chiesa matrice dove, dimenticato in un angolo della sacrestia, il 3 Febbraio, il sacrestano si ricorda del busto di San Biagio e gli toglie la polvere di dosso per poi riporlo senza alcuna “ostensione”.

Una volta era sugli altari per canepini e cordai in festa, ma ne resta memoria solo nei documenti d’archivio e in casa della famiglia che per almeno per due secoli ha provveduto a dotare i pescatori delle necessarie reti. Arrivate le “cime” e le “reste” sintetiche non c’è stato più bisogno di girare la ruota, emblema di quel mestiere legato al mare.

Nella campagna toscana, San Giocondo aveva dato il suo nome al vino novello, poi è arrivato il più rappresentativo San Martino con la storia del mantello e si è preso, pronta beva, anche gli onori del primo vino. Una volta spazzati via i cocci di san Silvestro ricomincia l’anno, ma le previsioni si fanno più che altro con il calendario che viene dall’Oriente.

In questo Anno del Coniglio come potranno venir fuori, tra i primi testimoni del mese, Basilio e Gregorio, confusi nell’euforia modaiola del laico Capodanno? Dietro a loro, timida, malgrado l’alto rango che le ha assegnato Parigi, si affaccia Genoveffa vergine e martire la cui storia s’intreccia con quella della omonima duchessa di Brabante, protagonista in quattro secoli di teatro, fino nella lanterna magica, nelle marionette.

Vista alla scuola elementare proprio in questa veste, nell’allestimento povero ma emozionante di una piccola compagnia, una famiglia di burattinai girovaghi, questa donna sventurata, martire anche lei per altri versi, diventa “santa” se non nei testi di rito, almeno nell’immaginario-mito.

Per avere un’altra sacra rappresentazione ad effetto bisogna aspettare la processione di Sant’Antonio Abate (17 Gennaio) con la benedizione degli animali, altro rito condito di profano quando per la festa, in un solo paese, se ne vanno tre o quattro “porchette”, sacrificio di quello stesso maiale che accompagna tutte le statue del Santo, da sempre raffigurato insieme al fido porcello.

Tanto che Sant’Antonio s’è ‘nnammoratu de lu porcu! dicono ancora dalle nostre parti a proposito di chi s’è innamorato di una ragazza tutt’altro che bella, tra tante che ce n’erano in circolazione. La festa, nella sua parte profana, è stata anche il banco di prova, una sorta di iniziazione, nei paesi in cui, oltre la tradizionale “panetta” (pane benedetto) con la mortadella, se ti ritenevano ormai grande, ti davano anche un bicchiere di vino.

Altra persistenza non proprio sacra il “sacrificio” della povera papera, presso ogni famiglia che conservi la tradizione, a Macerata, il 31 Agosto, per San Giuliano l’Ospitaliere, patrono della città sorta in collina sulle rovine della romana Helvia Recina.

Qualche traccia iconografica Pinacoteca, in Duomo, nella Chiesa delle Vergini; poca cosa rispetto ai 34 riquadri delle vetrate di Dame de Rouen alle quali si ispira uno dei Trois Contes di Gustave Flaubert. Il racconto di una nefasta predizione che si avvera ai danni del giovane Giuliano.

Se il Guerin Meschino va in cerca dei suoi genitori, lui dovrebbe evitare di incontrarli perché è destinato ad ucciderli. Quando questo inevitabilmente succede, non gli resta che ricercare le solitudini, con la missione di traghettatare, di aiutare il prossimo, fino all’abbraccio finale al lebbroso.

L’iconografia ci aiuta ad individuare il San Giuliano portato in processione nella Pentecoste ad Accettura (Matera). E’ lo stesso San Giuliano di Sora (FR) e di Giugliano (NA), ma qui la sua festa s’intreccia con il “maggio”, un matrimonio di alberi legato ad antichi riti della fertilità dai vicini boschi delle Dolomiti lucane.

Una manifestazione pagana voltata poi al culto cristiano, con l’immagine del santo protettore stampata sulle magliette, incollata su altri simboli della festa. Il Martedì di Pentecoste, trasportati in due giorni di cammino su carri trainati da dodici coppie di buoi cornuti, vengono issati un cerro, (l’albero maschio) e un agrifoglio, la “cima”(albero femmina).

E’ in questi posti che corrono i cercatori d’immagini, a vedere la fotografia felicemente sposata alle forme più elementari dell’antropologia. Naturalmente orientandosi verso il Sud, verso i luoghi dove la tradizione ha resistito di più alle istanze della modernità.

Scende per due anni di seguito al “maggio” di Accettura Ennio Brilli. Segue la processione con la statua del martire elmo piumato, sopra l’immancabile pennacchio dei Carabinieri in alta uniforme. Ritrae il sacerdote e chierichetti sotto l’ombrello comune e sotto la più solenne umbella magna. Un occhialuto confratello si appoggia a un bastone, che è quello della comune vecchiaia, non quello della confraternita. Il corteo passa per i vicoli, le vie comunque strette, con in testa le

ragazze che recano le cende (candele). L’esperto osservatore del costume ci trasmette il senso del rito che si svolge sotto i suoi occhi e noi mettiamo in “magazzino” il frutto della sua attenzione per questa originale manifestazione.

foto: ENNIO BRILLI

testi: GIOCONDO RONGONI

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By | 2017-07-07T17:06:02+00:00 May 14th, 2015|Categories: 2015, EDITORIALI, EDITORIALI ARTI, EDITORIALI FOTOARTE, IT MAGAZINE, IT MAGAZINE 10, PRIMAVERA|0 Comments

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